Gestire il rischio di conflitto di interessi tra i componenti delle commissioni per l’elaborazione di linee guida

Lisa Parker e Lisa Bero sul BMJ impostano in maniera innovativa il problema del conflitto di interessi (CdI) tra i membri dei comitati che emanano linee guida (LG).[1] Partono dalla definizione più nota, quella dell’Institute of Medicine (IOM) del 2009, secondo cui il CdI è “un insieme di circostanze che crea un rischio che il giudizio o le azioni professionali riguardanti un interesse primario siano indebitamente influenzati da un interesse secondario”. Aggiungono però che è più facile enunciare che giudicare, data la varietà di natura, contesti e dimensioni, oltre che di importanza dell’interesse secondario, di questo rischio.

Un’analisi condotta nel 2018 su 32 LG nel settore dietetico/alimentare evidenziava come solo in 3 casi vi fosse una politica relativa al problema e solo in 4 casi il CdI dei singoli membri fosse presentato in maniera trasparente. Molti di noi ricordano la polemica sulle linee guida statunitensi sull’alimentazione del 2015, dove l’eccessiva liberalità sul consumo di carne e di carboidrati aveva fatto sospettare intrallazzi fra chi le aveva emanate e l’industria del settore. Quelle LG sono state riviste dopo che nel panel di esperti si sarebbe dovuto eliminare o almeno minimizzare il problema. In realtà, come documentato da un’indagine dello scorso anno, nelle LG del 2020/25 la quasi totalità degli esperti manteneva legami con l’industria farmaceutica e/o alimentare, in particolare con aziende di primaria importanza quali Kellogg’s, Abbott e Kraft.

Risulta chiaro ormai che la dichiarazione di CdI non solo non è sufficiente, ma può anzi peggiorare le cose in quanto i dichiaranti si sentono per così dire ‘assolti’ dalla loro dichiarazione, con il rischio di maggior distorsione delle LG. Inoltre, il pubblico rimane sempre più perplesso di fronte a queste dichiarazioni, con il rischio di perdere la fiducia nelle LG. Rimane comunque difficile giudicare se la dichiarazione di un soggetto confligga con le LG al punto da dover pretendere uno stop temporale o definitivo riguardo a decisioni sulla materia in oggetto.

Per farla semplice, il direttore di una multinazionale dell’alimentazione è ad alto rischio e va escluso da ogni partecipazione a LG, mentre un soggetto il cui figlio ha iniziato a lavorare per una catena di prodotti da forno è a medio rischio e andrà escluso dalla posizione apicale ma non da componente della commissione. Posizioni apicali in più settori dell’alimentazione, magari concorrenti tra loro, non annullano il CdI , mentre se si fa parte di un istituto di ricerca oppure di una associazione di pazienti, il rischio dipende da dove arrivano i finanziamenti più consistenti e potenzialmente condizionanti. Infine, le opinioni personali riguardo a cibo, scelte dietetiche o religiose, tradizioni culturali, non devono essere considerate come influenti, anche se qui siamo in un’area grigia.

La regola generale rimane questa: più il rischio di CdI è elevato maggiore deve essere l’attenzione e più stringenti le strategie per risolvere il problema. A questo punto le due autrici presentano una proposta per suddividere il CdI in quattro livelli di rischio: elevato, medio, basso e minimo/assente. Questo in base alle tipologie di interesse secondario, con esempi dettagliati e soluzioni. Il tutto viene proposto in forma di una tabella molto articolata che ho provato a semplificare e riassumere.

Per suddividere la gravità del rischio dovrebbe essere attivata una griglia ad hoc che i candidati al panel per le LG dovrebbero compilare, dichiarando soprattutto l’entità dei legami finanziari, la loro durata nel tempo e la natura esatta degli incarichi di lavoro. Il tutto andrebbe reso accessibile al pubblico. Il processo di selezione dei candidati dovrebbe poi proseguire con accertamenti sulla veridicità del dichiarato, stabilendo alla fine il livello di rischio di ciascuno. I soggetti a rischio elevato, come già detto, vanno sicuramente esclusi, mentre quelli a medio rischio sono ammessi come membri della commissione ma non alla presidenza. Chi non accetta questa procedura andrà in ogni caso escluso. Tutto questo processo richiede tempo, fatica e molto probabilmente anche denaro.

Un altro problema sarà quello di unificare i linguaggi. Oggi i formulari per la dichiarazione del CdI sono dissimili e non confrontabili. Una delle due autrici, la Bero, torna su un concetto già espresso in una sua recente pubblicazione, dove nei 637 articoli esaminati aveva individuato 130 modi diversi di scrivere “nessun conflitto di interessi”, dalla semplice negazione (“nessuno”) a una frase di 62 parole.[2]

In conclusione, le due autrici insistono su una politica che stabilisca e unifichi le regole procedurali, elimini la giungla delle differenti dichiarazioni, superandole per arrivare a un metodo che quantifichi i legami commerciali ed elimini per quanto possibile il CdI nei componenti le commissioni che emanano LG.

A cura di Giovanni Peronato

1. Parker L, Bero L. Managing risk from conflicts of interest in guideline development committees. BMJ 2022;379:e072252

2. Grundy Q, Dunn AG, Bero L. Improving researchers’ conflict of interest declarations. BMJ 2020;368:m422

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